Valutazione della contaminazione ambientale odontoiatrica aerosol correlata

Durante l’attività odontoiatrica si diffondono particelle, sangue, saliva e secrezioni infette da pus e microrganismi che contaminano oggetti, superfici vicine e lontane. Inoltre nella placca batterica soggiornano diverse associazioni di microrganismi in grado di causare infezioni polmonari definite “occupazionali” o “lavoro-correlate”. L’aerosol rappresenta ancora oggi una grossa fonte di rischio biologico cui è esposto tutto il team odontoiatrico e i pazienti afferenti.

I termini “aerosol” e “splatter” furono utilizzati per la prima volta nel 1969 da Micik R.E. e colleghi nel loro pionieristico lavoro sull’aerobiologia. Essi definivano aerosol, particelle di diametro inferiore a 50 micrometri (μm), cioè abbastanza piccole da rimanere in aria per un periodo prolungato prima di adagiarsi su superfici ambientali o entrare nel tratto respiratorio. Lo splatter era invece definito come particelle aerodinamiche di diametro superiore a 50 μm, che vengono espulse con forza dal sito operativo in una traiettoria simile a quella di un proiettile finché non si scontrano con una superficie o cadono al pavimento.

I nuclei delle goccioline possono rimanere in aria per ore e sono in grado di penetrare profondamente negli alveoli polmonari, offrendo un potenziale percorso d’infezione. Infatti, sono stati implicati nella trasmissione di tubercolosi, malattie di origine virale, polmonite e influenza.

Un’analisi qualitativa e quantitativa della composizione degli aerosol sprigionati durante le procedure odontoiatriche è estremamente difficile. Tale composizione è altamente condizionata sia dal paziente sia dalla manovra operativa. Tuttavia, come precisato da Harrel S.K. e colleghi è ragionevole supporre che negli aerosol siano presenti componenti salivari, ematiche, secreti nasofaringei, placca batterica e materiali impiegati nelle procedure odontoiatriche.

Sebbene sia stato dimostrato che la maggior contaminazione deriva dall’utilizzo di scaler a ultrasuoni, seguito da quello della turbina e di altri dispositivi tipo airpolisher e siringa aria-acqua, occorre precisare che la ricerca in merito è ancora povera di dati significativi. Uno studio del 2016 condotto da Singh A. e colleghi, riporta livelli insolitamente elevati di microrganismi nell’aerosol generato dall’utilizzo di manipoli a ultrasuoni. Tali aerosol si riscontrano in massima concentrazione entro i 60 cm dal paziente, dove è normalmente posizionato l’operatore.

Veenaa H.R e colleghi hanno invece constatato che la massima contaminazione da aerosol si riscontra nell’area occupata dall’assistente alla poltrona seguita da quella dell’operatore. Le braccia, il petto e la superficie interna della mascherina, le zone intorno al naso e all’angolo interno degli occhi pare sono i siti maggiormente contaminati.

Inoltre è stato dimostrato che la nube generata dalle procedure di scaling, rimane sospesa nella zona operativa per circa 30 minuti per poi disperdersi. Vi è dunque il rischio per i contaminanti dell’aria di entrare nel sistema di ventilazione e diffondere negli altri ambienti.

In letteratura sono state documentate diverse tecniche con l’obiettivo di minimizzare o eliminare il pericolo prodotto dagli aerosol, come l’uso di barriere personali (mascherina, guanti, schermi facciali, etc.), lo sciacquo preoperatorio, l’utilizzo della diga, di divaricatore labiale, l’aspirazione a elevata velocità. Ma nella maggior parte dei casi si assiste a conclusioni, che nonostante riportino dati significativi, non trovano una soluzione definitiva alla riduzione della contaminazione ambientale e dunque al rischio da inalazione cui si fa poco riferimento.

Il rischio biologico da inalazione è tuttora poco esaminato e, se si aggiunge la carenza dei dati epidemiologici, è evidente che allo stato attuale le conoscenze in merito al fenomeno non siano adeguatamente approfondite e questo comporta una distorta percezione del rischio.

Sebbene le strutture odontoiatriche presentino un simile problema, non vi sono linee guida per la progettazione di sistemi di ventilazione dedicati e poiché i sistemi di condizionamento centrale sono quelli maggiormente utilizzati in odontoiatria, è importante precisare, come mostrato da Offermann F. e colleghi, che a causa di tali sistemi possono verificarsi infezioni crociate tra gli occupanti nelle diverse aree operative attraverso la miscelazione dell’aria di ritorno. Al contrario, l’uso di un filtro d’aria può rappresentare un valido approccio per controllare la dispersione delle particelle di aerosol.

«Identificare il rischio e formulare dei protocolli operativi per una sua corretta gestione» auspica G. M. Nardi, Direttore del Master in Tecnologie Avanzate nelle Scienze di Igiene Orale presso l’Università Sapienza di Roma, il quale precisa «nella mia pratica clinica ho adottato già da anni un sistema di filtraggio meccanico su cui stiamo conducendo una ricerca sperimentale con l’obiettivo di integrare nella pratica odontoiatrica un dispositivo di purificazione dell’aria efficace per ridurre il rischio biologico da inalazione».

L’aria è un potente veicolo d’infezione e appare evidente come, all’interno di un ambulatorio odontoiatrico sia importante controllare il fattore di rischio insito nell’aerosol generato. Di fatto la qualità di una struttura si misura anche in base all’attenzione rivolta alla salvaguardia della salute dei pazienti e di coloro che vi operano.

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Fonte: Dental Tribune